sabato 15 maggio 2010

Tutte le persone che mi conoscono. Capitolo I

I. Bruno si era dedicato con costanza e a volte un po’ di sussiego al mantenimento di una certa serenità; la propria e di chi gli girava attorno: amici e sconosciuti, mamma e papà, conoscenti e parenti vari. Nel suo mondo tutti, senza esclusioni, avrebbero dovuto rispettare i principi di calma e saggezza e dell’uso pacato del linguaggio. Alzare la voce era come imbrogliare i concetti, accalorarsi indebolirli.

A 18 anni si era iscritto alla facoltà di Archeologia e si era dedicato allo studio tenacemente. Aveva conquistato premi e riconoscimenti anche se quella scienza non era una vera e propria passione, quanto una scelta calcolata tra le possibilità di lavoro e l’impegno richiesto. Una rilegatura d’oro (finto oro naturalmente) per la miglior tesi redatta alla Sapienza nel 2006. L’anno successivo fu spedito ad Oslo come relatore per un convegno, “Reperti romanici alla periferia di Roma”: in quell’occasione elaborò un concetto di periferia del tutto particolare. E poi concorsi e targhe e strette di mano, tutte prestigiosissime, tutte senza vedere un euro.

Trasferirsi da Catania a Roma non era un problema per la famiglia. Il padre era caporedattore di una testata locale e la madre professoressa universitaria, oltre alla larghissima apertura di vedute, i soldi in casa non erano mai mancati. Semmai, il problema, era Teresa; conosciuta a 16 anni e innamorata perdutamente. Fedele e rigorosa la usava come alcova tenera e vischiosa in grado di sedurre e tacere le sue nevrosi. I momenti più simpatici del tempo trascorso insieme erano quelle rare azzuffatine che lei, mossa da infondata gelosia, tentava d’ingaggiare. Bruno aveva trovato un metodo per stuzzicarla e allo stesso tempo ridicolizzare la sua rabbia: esagerava e confessava tradimenti inesistenti e, fingendo un tono rassegnato, la lasciava. Finivano entrambi ridendo.

Bruno si era separato. Catania e Teresa rimanevano vicine abbastanza da sentirne l’odore e abbastanza lontane da non pesare sui pensieri.

Come al solito, venerdì 13 novembre, si alzò non molto presto, alle undici o forse a mezzogiorno meno un quarto. Lesse una cinquantina di pagine di Guerra e pace e, sul cesso, un articolo astruso di Enrico Ghezzi che titolava “Un albero è davvero un albero?”. Parlava del solito cinema americano delle origini e della regia invisibile. Un passo di Wittegenstein in esergo dava il giusto tono sognante.

Il cinema non era uno dei suoi interessi ma era un buon argomento per parlare con chiunque. Magari ad una cena, quella stessa sera, si sarebbe potuto mettere a conversare di Griffith o Ford.

Verso le due, quando arrivò l’invito di Felice, pensò che era il caso di andare a leggersi Spinoza.it o il blog di Luttazzi. Negli archivi avrebbe trovato qualche vecchia battuta da riadattare; anche questo serviva per la conversazione. Una cosa che sicuramente piaceva ai ventenni più del cinema era ridere.

Una telefonata a Teresa e una alla madre. La doccia fredda che serve ad aprire gli occhi dopo una giornata di pigrizia e il chilometro e mezzo in bicicletta che lo divide dalla casa di Felice.

Il citofono gracchiante e le scale, senza ascensore fino all’ottavo piano. Un vocio e un sottofondo musicale che si avvicinano ...e poi..

..Vanessa..o Valeria, troppo bella per ascoltare il nome durante le presentazioni.

Come nelle notti d’estate, quando d’improvviso si cheta il rumore monotono e impercettibile che fa’ il canto dei grilli, Bruno senti qualcosa che non riuscì a decifrare.

Pensò che fosse uno di quegli umori del sangue che la gente spesso descrive. Una semplice emozione, stupida e come tutte involontaria, facile e delicata. Non si trattava della solita noia o di quel fastidio che gli rendeva difficile il sonno. Paura sapida di chi ha fame. Un sorriso incrociato che sembrava doverli portare inevitabilmente a darsi un bacio, uno di quelli che chiamano “baci trepidanti”. Una forza tenera ma irresistibile.

Un occhiata; l’ultima. Quella che si dà prima di abbassare le palpebre e sfiorarsi il naso.

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