storie di pensieri....che girano e girano...

martedì 18 maggio 2010

Generazione Apocalisse: quelli nati quando ancora c'era speranza

parte uno #1


Fuori dalla stazione della metro Quintiliani c’è uno di quei paesaggi che puoi vedere solo a Roma. Un piccolo cratere rialzato coperto di cemento è una piazzetta circondata e chiusa da alberi, se mi ci fossi teletrasportato penserei di essere in uno squallido paese di campagna. Invece sono tra la Tiburtina e la Prenestina, a un passo dalla Serenissima e l’ospedale Sandro Pertini.
-Scusi per l’ospedale?-...scopro che l’autista non è in vena di spiegazioni.
Ora mi toccherà aspettare il prossimo, sempre che ne passi un altro. -Signore ci puoi andare a piedi!-
-A si!, quanto è lontano?-
-Non è lontano-
-Quanti minuti, dieci, venti?-
La sorellina si sentì di confessare-No forse di più!, devi andare su per quella salita e poi arrivi da quello che spruzza l’acqua sulle macchine, poi giri...-
-A destra o a sinistra?-
-Per così- fece un grosso cerchio con il braccio destro.
-Ma che faccio, vado?, mi fido?-
-No forse è meglio se aspetta il prossimo autobus-
Me ne restai sulla panchina ad osservarli per un po’. Sembravano usciti da un romanzo di Pasolini.
Sette anni il bambino e nove la sorella, erano sporchi e abbandonati come lo ero io alla loro età, solo che in campagna sembra tutto più genuino, in città tra lo smog, le lamiere e i copertoni mezzi bruciati fusi nel cemento, la sporcizia ha qualcosa di molesto.
Aiutai il piccolo Andrea a sistemare la catena della bicicletta e mi chiese d’insegnargli qualche parola in francese - Enchantè, si dice per conquistare le ragazze. Vuol dire che sei rimasto a bocca aperta per quanto sono belle-, Giada ci tenne a dichiarare che il fratello, una ragazza, già l’aveva.
Spesso è difficile avere un idea precisa dell’impressione che puoi fare ad un estraneo; io con la bocca che mi ritrovo, larga e carnosa, gli occhi grandi e l’espressione innocua mi sento spesso al sicuro. Ero convinto di non sembrare una minaccia. Il tipo che arrivò con il pick-up non la pensava così.
-Andrea! Giada!, a casa!-
Quando me lo ritrovai davanti pensai che era meglio non giustificarsi. Mi superava di almeno trenta centimetri e la cicatrice sul sopracciglio era la prova che aveva fatto a cazzotti sicuramente più volte di me, cioè: almeno una!
Me la cavai probabilmente solo perché arrivò l’autobus e l’autista, riconoscendomi, mi invitò a salire -Per il Pertini dovevi aspettare che facessi il giro-.
Lungo il viaggio mi limitai a dare la colpa alla Chiesa, al recente scandalo dei preti pedofili e alla paura che poteva aver generato nelle persone.

In ospedale trovai Anita in forma, sorrideva e scherzava sulla placca di metallo che gli avevano inserito nella mano, -Proprio in questi giorni leggevo la Braidotti-.
-Io pensavo a Ghost in the Shell invece, ormai sei un cyborg-
Ci facemmo una canna nel terrazzo del reparto di ortopedia e restammo in silenzio per un po’.

Fuori dall’ospedale presi il primo autobus che mi capitò: via dei monti Tiburtini è bruttissima, tutta cemento e cantieri in corso d’opera da almeno quindici anni. Dopo lo svincolo della tangenziale ci si ritrova in via XXI Aprile e poi piazza Bologna, sembra di stare in una ridente cittadina del nord Europa, pulita e piena di alberelli. Con un altro spostamento attraverso lo spazio e il tempo si taglia in due lo spicchio di campagna che porta sulla Prenestina e vieni catapultato nella periferia anni ’70, sporca ma allegra, di Roma est.


parte uno #2


Nello studiolo di Matteo l’aria sembrava fatta di sostanza vischiosa, un misto di fumo e puzza di sudore che avrebbe trattenuto qualunque ragazza dal passarci una seratina romantica. Era uno dei motivi per cui Anita non gli aveva mai dichiarato il suo amore e, uno dei motivi, per cui anche quella sera era solo.
Con la sedia lontana almeno mezzo metro dalla scrivania e le braccia incrociate in segno di resa, passava le ore in quella posizione in bilico tra depressione e sonno.
Gli rimanevano soltanto i diecimila euro del contratto con una casa editrice di Pavia però, senza le prime duecento pagine del romanzo sarebbe saltato tutto, ed erano mesi ormai che non riusciva a buttar giù una paio di pagine decenti.
Tedio e fastidio. Decise allora di andare a trovare Bruno sulla Palmiro Togliatti.
Bruno Sanmarzano, come i pomodori, un tizio brutto ma simpatico, uno di quelli di cui si fidano tutti e per questo tutti, prima o dopo, nascondevano qualche cazzata nella rimessa della sua carrozzeria. Ci potevi trovare biciclette insanguinate o bagagliai di auto sfasciate pieni di roba compromettente: manichini da esposizione di gioielli messi in fretta nella sacca da qualche rapinatore poco professionale, stimolatori elettrici per sadomasochisti modificati e resi “troppo” pericolosi o cadaveri di animali esotici, che qualche stupida ragazzetta della Roma Bene aveva preso per vizio, stancandosi dopo poco tempo. Era il posto giusto per farsi venire qualche idea, anche frettolosa, da spedire ad un editore che probabilmente metteva il naso fuori di casa due volte a settimana e si lasciava stimolare da qualunque cosa non fosse la tappezzeria scelta con la moglie o il colore delle tende del suo attico.
Non c’era niente di male a rubare un po’ dalla realtà; la vita sarebbe sempre stata più grande e potente di qualsiasi libro o film e uno scrittore o un regista, più che inventare, condensa.

Farsi una doccia prima di andare da Bruno non era una buona idea, è come lavarsi le mani prima di pisciare, ma doveva far qualcosa per aprire gli occhi e scrollare la noia dai capelli.
Poteva andare a trovare i ragazzi al Latte +. Nome scemo per una casa occupata piena di deficienti, un gruppetto di fricchettoni noiosi che, dato il suo status di scrittore, lo accoglievano con tutti i riguardi. Anche se Matteo non l’ammetteva, non andava lì soltanto per la cocaina.
Jenny era il vero motivo; una ragazza dalla quale, uno come lui, poteva grettamente sperare di farsi fare un pompino.


parte uno #3


Il Latte + aveva solo il nome brutto. La facciata del palazzo era una di quelle belle pareti coperte d’edera che si vedono spesso nella suburra di Monti, con gli infissi delle finestre in legno colorato e le ringhiere in ferro battuto. Poco importa che verso le nove via Urbana si riempie di puttane; quei posti son tranquilli e danno una calda sensazione di sicurezza.
Tutte le volte che passo guardo i trans sudamericani, ma ormai hanno capito che la mia è solo curiosità e non mi fanno più vedere i capezzoli come all’inizio.
Si limitano a sorridermi e qualche volta mi salutano, -Ciao bello-.
-Mattè!-
Era Dario che mi chiamava dalla finestra del secondo piano.
Mentre salgo le scale sento la voce fastidiosa di Tanja -maschi di merda, non riuscirete mai ad avermi-, e Dario -allora non ti piacciono solo quelli di merda?-
-Mi correggo, i maschi sono tutti delle merde, e non mi avranno mai!-
Era sempre antipatica, soprattutto quando scherzava.
Entro nella stanza sapendo che non devo dar corda a discorsi troppo impegnativi. Prendere uno, massimo due pezzi di bamba e andarmene da Bruno: avevo una missione e dovevo attenermi al piano.
Mezz’ora e mezzo litro di vino rosso più tardi, stavo cercando di far capire a quelle capre che i fascisti non erano più un problema politico, quanto di sicurezza.
Mentre parlavo con loro cercavo di capire perché fossi lì, ignoranti e plagiati, snocciolavano pensieri e idee prevedibili. Perché con loro stavo bene? Mi sentivo protetto da una mancata corruzione?
Ero come cullato dalla distanza con le situazioni dell’università; sentirsi circondato da una mandria di logici perfettamente inseriti nel pensiero accademico d’avanguardia. Deboli e flaccidi idealisti stroncati, uno dopo l’altro, dal mondo del lavoro, trasformati: in dirigenti di partito, autori di reality, manager di qualche multinazionale che avvelena l’acqua pubblica o porta soldi alla grandi concentrazioni internazionali.
Allora mi davano del rompicoglioni e così son rimasto. Vado fiero della mia integrità!
-Oh!, ma non sei più abituato a fumare?- forse mi ero assentato, -no! Stavo pensando.....-
Quell’interruzione fu così tempestiva che pensai d’averla scritta io.
-Al Pigneto stanno attaccando l’alimentari di Amir!-
Sandro aveva il fiato corto. Dal Pigneto a via Urbana servono quindici minuti, anche correndo, sembra che ne ha impiegati cinque.
Rimasto solo decido di farmi un caffè, per fortuna ho già la bamba in tasca. Il vino inizia a guastarmi lo stomaco e sento l’acidità che sale in gola.
La finestra rimasta aperta faceva riscontro con la camera in fondo al corridoio e la porta che iniziò a cigolare lentamente d’improvviso sbatte con uno slancio.
Il rumore aveva svegliato Jenny.
-Matteo!, che ci fai qui?, dove sono gli altri?-
-Sono andati verso il Pigneto...all’alimentari....vuoi pippare?-
-Certo-.

sabato 15 maggio 2010

Don Ruggero. Capitolo primo

Il prete era un uomo molto timido e, se camminando si accorgeva di aver destato l’attenzione di qualcuno che quasi involontariamente si metteva a fissarlo, prendeva ad andar storto e i suoi movimenti si facevano impacciati.
Questo era uno dei motivi per cui tutti nel villaggio gli volevamo bene. E fu, tra l'altro, il motivo principale per cui non riuscimmo a coordinare bene tutti gli indizi che avevamo sotto il naso, quando delle persone iniziarono a sparire.
Tocco per primo a Lindo il becchino.
Non fece gran scalpore la sua scomparsa; era davvero difficile voler bene a quel pazzo d'un bestemmiatore.
Brutto, scontroso e con la faccia butterata; odiava tanto la superstizione cristiana da voler essere presente ad ogni dipartita.

-Povero allocco, pensavi di diventar eterno
E non sei altro che concime, buono tra un po’
A far mattonelle di cotto!-

Si aggirava per le terre consacrate fischiettando tra le lapidi e canticchiando filastrocche d’insulti. Solitario e, non per volontà sua, più casto dei preti.

Come ho detto rimanemmo spiazzati e confusi quando, al villaggio, la situazione prese un strana piega.
Tutti sembravano cambiati.
Le donne giravano con aria vaga per i banchi del mercato e il fabbro faceva male ai cavalli mentre li ferrava, anche il tempo sembrava sospettare qualcosa: i temporali di quel maggio misero a dura prova l’umore di tutti.

-Ieri ha straboccato l’acqua dal fiume, si dice che Elio sia rimasto affogato- mi disse il fornaio appena entrato in casa. -Attento che mi sporchi il pavimento!-
Si tirò subito indietro e rimase in bilico sullo stipite, col viso rischiarato dal fuoco e le spalle fradice a prendere altra acqua.
Gli dissi d’entrare a malincuore, già sapevo che avrebbe voluto risposte.
Ero il maresciallo dopo tutto, la situazione era complicata ma dovevo far finta di avere qualche pista.

Tutte le persone che mi conoscono. Capitolo I

I. Bruno si era dedicato con costanza e a volte un po’ di sussiego al mantenimento di una certa serenità; la propria e di chi gli girava attorno: amici e sconosciuti, mamma e papà, conoscenti e parenti vari. Nel suo mondo tutti, senza esclusioni, avrebbero dovuto rispettare i principi di calma e saggezza e dell’uso pacato del linguaggio. Alzare la voce era come imbrogliare i concetti, accalorarsi indebolirli.

A 18 anni si era iscritto alla facoltà di Archeologia e si era dedicato allo studio tenacemente. Aveva conquistato premi e riconoscimenti anche se quella scienza non era una vera e propria passione, quanto una scelta calcolata tra le possibilità di lavoro e l’impegno richiesto. Una rilegatura d’oro (finto oro naturalmente) per la miglior tesi redatta alla Sapienza nel 2006. L’anno successivo fu spedito ad Oslo come relatore per un convegno, “Reperti romanici alla periferia di Roma”: in quell’occasione elaborò un concetto di periferia del tutto particolare. E poi concorsi e targhe e strette di mano, tutte prestigiosissime, tutte senza vedere un euro.

Trasferirsi da Catania a Roma non era un problema per la famiglia. Il padre era caporedattore di una testata locale e la madre professoressa universitaria, oltre alla larghissima apertura di vedute, i soldi in casa non erano mai mancati. Semmai, il problema, era Teresa; conosciuta a 16 anni e innamorata perdutamente. Fedele e rigorosa la usava come alcova tenera e vischiosa in grado di sedurre e tacere le sue nevrosi. I momenti più simpatici del tempo trascorso insieme erano quelle rare azzuffatine che lei, mossa da infondata gelosia, tentava d’ingaggiare. Bruno aveva trovato un metodo per stuzzicarla e allo stesso tempo ridicolizzare la sua rabbia: esagerava e confessava tradimenti inesistenti e, fingendo un tono rassegnato, la lasciava. Finivano entrambi ridendo.

Bruno si era separato. Catania e Teresa rimanevano vicine abbastanza da sentirne l’odore e abbastanza lontane da non pesare sui pensieri.

Come al solito, venerdì 13 novembre, si alzò non molto presto, alle undici o forse a mezzogiorno meno un quarto. Lesse una cinquantina di pagine di Guerra e pace e, sul cesso, un articolo astruso di Enrico Ghezzi che titolava “Un albero è davvero un albero?”. Parlava del solito cinema americano delle origini e della regia invisibile. Un passo di Wittegenstein in esergo dava il giusto tono sognante.

Il cinema non era uno dei suoi interessi ma era un buon argomento per parlare con chiunque. Magari ad una cena, quella stessa sera, si sarebbe potuto mettere a conversare di Griffith o Ford.

Verso le due, quando arrivò l’invito di Felice, pensò che era il caso di andare a leggersi Spinoza.it o il blog di Luttazzi. Negli archivi avrebbe trovato qualche vecchia battuta da riadattare; anche questo serviva per la conversazione. Una cosa che sicuramente piaceva ai ventenni più del cinema era ridere.

Una telefonata a Teresa e una alla madre. La doccia fredda che serve ad aprire gli occhi dopo una giornata di pigrizia e il chilometro e mezzo in bicicletta che lo divide dalla casa di Felice.

Il citofono gracchiante e le scale, senza ascensore fino all’ottavo piano. Un vocio e un sottofondo musicale che si avvicinano ...e poi..

..Vanessa..o Valeria, troppo bella per ascoltare il nome durante le presentazioni.

Come nelle notti d’estate, quando d’improvviso si cheta il rumore monotono e impercettibile che fa’ il canto dei grilli, Bruno senti qualcosa che non riuscì a decifrare.

Pensò che fosse uno di quegli umori del sangue che la gente spesso descrive. Una semplice emozione, stupida e come tutte involontaria, facile e delicata. Non si trattava della solita noia o di quel fastidio che gli rendeva difficile il sonno. Paura sapida di chi ha fame. Un sorriso incrociato che sembrava doverli portare inevitabilmente a darsi un bacio, uno di quelli che chiamano “baci trepidanti”. Una forza tenera ma irresistibile.

Un occhiata; l’ultima. Quella che si dà prima di abbassare le palpebre e sfiorarsi il naso.

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