parte uno #1
Fuori dalla stazione della metro Quintiliani c’è uno di quei paesaggi che puoi vedere solo a Roma. Un piccolo cratere rialzato coperto di cemento è una piazzetta circondata e chiusa da alberi, se mi ci fossi teletrasportato penserei di essere in uno squallido paese di campagna. Invece sono tra la Tiburtina e la Prenestina, a un passo dalla Serenissima e l’ospedale Sandro Pertini.
-Scusi per l’ospedale?-...scopro che l’autista non è in vena di spiegazioni.
Ora mi toccherà aspettare il prossimo, sempre che ne passi un altro. -Signore ci puoi andare a piedi!-
-A si!, quanto è lontano?-
-Non è lontano-
-Quanti minuti, dieci, venti?-
La sorellina si sentì di confessare-No forse di più!, devi andare su per quella salita e poi arrivi da quello che spruzza l’acqua sulle macchine, poi giri...-
-A destra o a sinistra?-
-Per così- fece un grosso cerchio con il braccio destro.
-Ma che faccio, vado?, mi fido?-
-No forse è meglio se aspetta il prossimo autobus-
Me ne restai sulla panchina ad osservarli per un po’. Sembravano usciti da un romanzo di Pasolini.
Sette anni il bambino e nove la sorella, erano sporchi e abbandonati come lo ero io alla loro età, solo che in campagna sembra tutto più genuino, in città tra lo smog, le lamiere e i copertoni mezzi bruciati fusi nel cemento, la sporcizia ha qualcosa di molesto.
Aiutai il piccolo Andrea a sistemare la catena della bicicletta e mi chiese d’insegnargli qualche parola in francese - Enchantè, si dice per conquistare le ragazze. Vuol dire che sei rimasto a bocca aperta per quanto sono belle-, Giada ci tenne a dichiarare che il fratello, una ragazza, già l’aveva.
Spesso è difficile avere un idea precisa dell’impressione che puoi fare ad un estraneo; io con la bocca che mi ritrovo, larga e carnosa, gli occhi grandi e l’espressione innocua mi sento spesso al sicuro. Ero convinto di non sembrare una minaccia. Il tipo che arrivò con il pick-up non la pensava così.
-Andrea! Giada!, a casa!-
Quando me lo ritrovai davanti pensai che era meglio non giustificarsi. Mi superava di almeno trenta centimetri e la cicatrice sul sopracciglio era la prova che aveva fatto a cazzotti sicuramente più volte di me, cioè: almeno una!
Me la cavai probabilmente solo perché arrivò l’autobus e l’autista, riconoscendomi, mi invitò a salire -Per il Pertini dovevi aspettare che facessi il giro-.
Lungo il viaggio mi limitai a dare la colpa alla Chiesa, al recente scandalo dei preti pedofili e alla paura che poteva aver generato nelle persone.
In ospedale trovai Anita in forma, sorrideva e scherzava sulla placca di metallo che gli avevano inserito nella mano, -Proprio in questi giorni leggevo la Braidotti-.
-Io pensavo a Ghost in the Shell invece, ormai sei un cyborg-
Ci facemmo una canna nel terrazzo del reparto di ortopedia e restammo in silenzio per un po’.
Fuori dall’ospedale presi il primo autobus che mi capitò: via dei monti Tiburtini è bruttissima, tutta cemento e cantieri in corso d’opera da almeno quindici anni. Dopo lo svincolo della tangenziale ci si ritrova in via XXI Aprile e poi piazza Bologna, sembra di stare in una ridente cittadina del nord Europa, pulita e piena di alberelli. Con un altro spostamento attraverso lo spazio e il tempo si taglia in due lo spicchio di campagna che porta sulla Prenestina e vieni catapultato nella periferia anni ’70, sporca ma allegra, di Roma est.
parte uno #2
Nello studiolo di Matteo l’aria sembrava fatta di sostanza vischiosa, un misto di fumo e puzza di sudore che avrebbe trattenuto qualunque ragazza dal passarci una seratina romantica. Era uno dei motivi per cui Anita non gli aveva mai dichiarato il suo amore e, uno dei motivi, per cui anche quella sera era solo.
Con la sedia lontana almeno mezzo metro dalla scrivania e le braccia incrociate in segno di resa, passava le ore in quella posizione in bilico tra depressione e sonno.
Gli rimanevano soltanto i diecimila euro del contratto con una casa editrice di Pavia però, senza le prime duecento pagine del romanzo sarebbe saltato tutto, ed erano mesi ormai che non riusciva a buttar giù una paio di pagine decenti.
Tedio e fastidio. Decise allora di andare a trovare Bruno sulla Palmiro Togliatti.
Bruno Sanmarzano, come i pomodori, un tizio brutto ma simpatico, uno di quelli di cui si fidano tutti e per questo tutti, prima o dopo, nascondevano qualche cazzata nella rimessa della sua carrozzeria. Ci potevi trovare biciclette insanguinate o bagagliai di auto sfasciate pieni di roba compromettente: manichini da esposizione di gioielli messi in fretta nella sacca da qualche rapinatore poco professionale, stimolatori elettrici per sadomasochisti modificati e resi “troppo” pericolosi o cadaveri di animali esotici, che qualche stupida ragazzetta della Roma Bene aveva preso per vizio, stancandosi dopo poco tempo. Era il posto giusto per farsi venire qualche idea, anche frettolosa, da spedire ad un editore che probabilmente metteva il naso fuori di casa due volte a settimana e si lasciava stimolare da qualunque cosa non fosse la tappezzeria scelta con la moglie o il colore delle tende del suo attico.
Non c’era niente di male a rubare un po’ dalla realtà; la vita sarebbe sempre stata più grande e potente di qualsiasi libro o film e uno scrittore o un regista, più che inventare, condensa.
Farsi una doccia prima di andare da Bruno non era una buona idea, è come lavarsi le mani prima di pisciare, ma doveva far qualcosa per aprire gli occhi e scrollare la noia dai capelli.
Poteva andare a trovare i ragazzi al Latte +. Nome scemo per una casa occupata piena di deficienti, un gruppetto di fricchettoni noiosi che, dato il suo status di scrittore, lo accoglievano con tutti i riguardi. Anche se Matteo non l’ammetteva, non andava lì soltanto per la cocaina.
Jenny era il vero motivo; una ragazza dalla quale, uno come lui, poteva grettamente sperare di farsi fare un pompino.
parte uno #3
Il Latte + aveva solo il nome brutto. La facciata del palazzo era una di quelle belle pareti coperte d’edera che si vedono spesso nella suburra di Monti, con gli infissi delle finestre in legno colorato e le ringhiere in ferro battuto. Poco importa che verso le nove via Urbana si riempie di puttane; quei posti son tranquilli e danno una calda sensazione di sicurezza.
Tutte le volte che passo guardo i trans sudamericani, ma ormai hanno capito che la mia è solo curiosità e non mi fanno più vedere i capezzoli come all’inizio.
Si limitano a sorridermi e qualche volta mi salutano, -Ciao bello-.
-Mattè!-
Era Dario che mi chiamava dalla finestra del secondo piano.
Mentre salgo le scale sento la voce fastidiosa di Tanja -maschi di merda, non riuscirete mai ad avermi-, e Dario -allora non ti piacciono solo quelli di merda?-
-Mi correggo, i maschi sono tutti delle merde, e non mi avranno mai!-
Era sempre antipatica, soprattutto quando scherzava.
Entro nella stanza sapendo che non devo dar corda a discorsi troppo impegnativi. Prendere uno, massimo due pezzi di bamba e andarmene da Bruno: avevo una missione e dovevo attenermi al piano.
Mezz’ora e mezzo litro di vino rosso più tardi, stavo cercando di far capire a quelle capre che i fascisti non erano più un problema politico, quanto di sicurezza.
Mentre parlavo con loro cercavo di capire perché fossi lì, ignoranti e plagiati, snocciolavano pensieri e idee prevedibili. Perché con loro stavo bene? Mi sentivo protetto da una mancata corruzione?
Ero come cullato dalla distanza con le situazioni dell’università; sentirsi circondato da una mandria di logici perfettamente inseriti nel pensiero accademico d’avanguardia. Deboli e flaccidi idealisti stroncati, uno dopo l’altro, dal mondo del lavoro, trasformati: in dirigenti di partito, autori di reality, manager di qualche multinazionale che avvelena l’acqua pubblica o porta soldi alla grandi concentrazioni internazionali.
Allora mi davano del rompicoglioni e così son rimasto. Vado fiero della mia integrità!
-Oh!, ma non sei più abituato a fumare?- forse mi ero assentato, -no! Stavo pensando.....-
Quell’interruzione fu così tempestiva che pensai d’averla scritta io.
-Al Pigneto stanno attaccando l’alimentari di Amir!-
Sandro aveva il fiato corto. Dal Pigneto a via Urbana servono quindici minuti, anche correndo, sembra che ne ha impiegati cinque.
Rimasto solo decido di farmi un caffè, per fortuna ho già la bamba in tasca. Il vino inizia a guastarmi lo stomaco e sento l’acidità che sale in gola.
La finestra rimasta aperta faceva riscontro con la camera in fondo al corridoio e la porta che iniziò a cigolare lentamente d’improvviso sbatte con uno slancio.
Il rumore aveva svegliato Jenny.
-Matteo!, che ci fai qui?, dove sono gli altri?-
-Sono andati verso il Pigneto...all’alimentari....vuoi pippare?-
-Certo-.
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